Allevamento e Riproduzione

 

L’allevamento può essere praticato in stabulazione permanente senza che l’animale perda alcuna delle sue preziose qualità, purché venga alimentato razionalmente.La capra si alimenta al pascolo più facilmente degli altri animali, in quanto si nutre bene anche di foraggi poveri, secchi, legnosi, purché l’alimento sia asciutto. Per questo essa è adatta ai luoghi montuosi, scoscesi, rocciosi con vegetazione scarsa, insufficiente a specie più esigenti. In tali condizioni non può produrre certo gran quantità di latte, e ben si comprende che per le razze migliorate e selezionate per una spiccata attitudine alla produzione del latte occorre aggiungere ai foraggi anche alimenti concentrati i quali, data la produttività di questo animale, possono essere somministrate senza tema che il reddito decresca. I pascoli bassi umidi e anche quelli fertili e pingui della pianura, come pure i prati artificiali, che possono convenire alla pecora, non sono sempre i più adatti alle capre. Anzi, quando il foraggio è un po’ troppo ricco di acqua, occorre mescolarlo al fieno asciutto, oppure somministrare questo agli animali prima dell’uscita al pascolo. Il sale è un condimento molto opportuno in questa contingenza.La riuscita dell’allevamento della capra sta, innanzi tutto, come per gli altri animali, nella scelta del metodo di riproduzione(selezione o incrocio a seconda dei casi) e nelle forme di organizzazione a favore dell’allevamento stesso, organizzazioni già esistenti da tempo in Germania, in Svizzera, nel Belgio, ecc. Come per i bovini, anche per la capra la scelta è morfologica e funzionale, nonché genetica. In Germania, per es., si scartano i soggetti maschi dalla riproduzione, quando le madri, sottoposte al controllo funzionale, non hanno raggiunto almeno la produzione annua di 800 kg. (Soc. di allevatori di capre di Brunswick). In quanto alla selezione morfologica poi, negli standard per le razze tedesche e svizzere migliorate, si sceglie verso il tipo fine, adorne, a pelo raso e con poca o niente barba.Partoriscono dopo circa 5 ½ mesi di gravidanza, uno, talvolta due, rarissimamente tre piccoli già agili e resistenti alcune ore dopo la nascita.

Le nascite dei capretti si verificano generalmente in primavera, ma l’epoca cambia a seconda dell’andamento delle stagioni nei vari paesi. Secondo una statistica stabilita dal Silckenstaedt, il numero delle nascite si distribuisce principalmente nei primi quattro mesi dell’anno nel modo seguente: gennaio 1,45%; febbraio 38,54%; marzo 52,67%; aprile 6,47%. Però le capre possono partorire anche due volte all’anno. Il peso alla nascita varia a seconda delle razze e oscilla approssimativamente da 1 a 3 kg. La durata dell’allattamento, secondo molti autori, è di 40-50 giorni, per gli animali da riproduzione, ma in Germania, secondo regole di recente stabilite da alcune società tedesche di allevamento della capra, per capretti di razza perfezionata si consiglia di arrivare anche ai  e ai  6 mesi.Durante la prima settimana si sogliono concedere tre poppate quotidiane nella quantità aumentabile fino a 2 e 3 kg. alla quarta settimana, mantenendola fino alla decima e gradatamente diminuendola poi fino alla sospensione. Nell’allattamento, che può essere naturale e artificiale, s’adopera anche, per utilizzarlo, il latte magro, residuo della fabbricazione del burro. All’età di 8-9 mesi gli animali sono già atti alla riproduzione, ma si consiglia di destinarveli più tardi, quando sono più robusti, cosicché, per gli animali nati in primavera, la buona utilizzazione avverrà normalmente alla fine della seconda estate, quando, in genere, si usa permettere la fecondazione delle femmine. Un maschio adulto si dice possa fecondare, data la sua proverbiale robustezza, anche 25 e 30 capre al giorno per uno o due mesi; ma , di regola, non si devono assegnare più di 100-150 capre ogni stagione e 4 o 5 nelle 24 ore. A questo riguardo però le opinioni non sono molto concordi. Matthews e Weawer in America stabiliscono che per un becco dai 12 ai 18 mesi di età vengano assegnate solo 25 capre, e per un adulto 50, in una stagione di monta. I numeri variano, del resto, a seconda della rusticità della razza e della vigoria dei soggetti
Il momento propizio alla fecondazione è facilmente riconoscibile nelle femmine per la particolare irrequietezza, per il ripetuto belato, per lo scuotere frequente della coda, ecc. L’epoca dell’anno più adatta è, come s’è detto, l’autunno dal settembre al novembre; mentre l’estro si mostra nella femmina ogni 18 giorni circa, ma principalmente in primavera e in autunno. Il tempo delle manifestazioni dura da uno a due giorni.La durata media della gestazione è di circa 150 giorni. Durante l’ultima fase di questo periodo le femmine richiedono qualche cura e debbono, in prossimità del parto, essere protette da eventuali avversità atmosferiche e alimentate adeguatamente, specie se appartengono a razze delicate. I segni precursori del parto consistono principalmente: nella particolare turgescenza della mammella, nel rilassamento dei legamenti ai lati della coda e nel continuo ripetersi di piccoli belati. In tale circostanza, quando i parti avvengono alla stalla(capreria), si dovrà offrire un’asciutta lettiera e, se è necessario, aiutare l’espulsione del feto.
I capretti possono essere tenuti insieme con la madre, e lasciati poppare a volontà; ma si possono tenere anche separati, permettendo loro 3 o 4 poppate al giorno a ore fisse, come accade quando le femmine escono al pascolo e i piccoli rimangono alla stalla.La durata della lattazione varia assai a seconda delle razze. Le osservazioni fatte in Germania hanno stabilito di recente che essa oscilla tra i 178 e i 365 giorni, con una media di 298; ma si sono notate durate anche superiori all’anno nelle razze molto lattaie, mentre in quelle comuni la durata può essere assai più breve.Le capre vengono mantenute negli allevamenti un tempo diverso a seconda delle razze e delle attitudini. Nelle poche razze allevate esclusivamente per la carne(regioni africane e asiatiche) rappresentando le capre dei capitali circolanti e peggiorando la qualità del prodotto con gli anni, dovrebbero essere eliminate ancor prima della maturità. Nella razza Angora a duplice attitudine(carne e pelo), l’età propizia per la macellazione è segnata dalla perdita di valore del vello e cioè verso i 5-6 anni, andando la maggiore attesa a tutto danno della qualità della produzione rimanente(carne) e del bilancio dell’allevamento per l’inutile spesa di mantenimento.Nelle razze altamente lattaie con carne di basso valore(capre europee) l’andamento della produzione lattea indica il momento opportuno per l’eliminazione.

 

Nei maschi l’utilizzazione migliore come riproduttori corrisponde all’età da 3 a 8 anni. Per avere da loro un residuo di carne di un certo valore, sarebbe necessaria la castrazione, utile, del resto anche nelle femmine. Ciò per le razze europee, ma non per l’Angora, la Kashmir, la Nubiana, la Mambrina, ecc. che mancano di odor ircino. La durata della vita si calcola intorno a 15 anni e l’età si desume approssimativamente dal rimpiazzo dei denti incisivi da latte con quelli di adulto. La coppia centrale degli incisivi (picozzi) è sostituita a circa 17-18 mesi, la seconda coppia (primi mediani) a 24 mesi, la terza, sempre più laterale (secondi mediani), a 36-42 mesi, la quarta (cantoni) a 4 anni circa. Si verificano degli anticipi a seconda della precocità della razza. Le corna, quando esistono, mostrano più o meno chiaramente distinti l’uno dall’altro i singoli segmenti annuali. Tali segmenti sono discretamente evidenti nei maschi nelle grandi corna, ma poco o nulla nelle femmine.I nati della capra si chiamano capretti,in seguito, se maschi, caproni o becchi.

La capra è di facile allevamento. Lo stato di domesticità e le influenze dei climi diversi, dovute alle migrazioni, hanno prodotto numerose varietà di caratteri anatomici. La cosiddetta Capra delle Montagne Rocciose è un’antilope. Varietà interessante è quella dello Stambecco (Pall. 1811), con corna a scimitarra, eteronime, nodose sul margine antero-superiore. Se ne distinguono cinque specie: lo stambecco delle Alpi, Aegoceros ibex L., con barba breve; Ae. Severtzowi Menzb. (con due sottospecie), con barba lunga e scarsa, nel Caucaso occidentale; Ae. sibiricus Meyer (con tredici sottospecie), con barba lunga nel Kashmir, Baltistan, Ladak, Gilgit, Tien Shan, Altai; il Beden, Ae. nubianus Cuv. (con tre sottospecie) con barba lunga, nella Nubia, Sinai, Arabia sud-est; Ae. wualie Rüpp.,nel Semien (Abissinia).

Lo stambecco delle Alpi era certamente frequente in tutti i luoghi adatti della catena alpina fino al sec. XVI. Durante il sec. XVIII fu sterminato nelle Alpi austriache: 
nel 1802 fu ucciso l’ultimo esemplare svizzero.
 Si è potuto conservare nel massiccio del Gran Paradiso, 
grazie a un rescritto di tutela emanato il 21 settembre 1821, confermato e reso di pratica applicazione da re Vittorio Emanuele II dal 1850 in poi. Nel 1914 si contavano nella riserva reale della Alpi Graie oltre 3000 stambecchi. Nel 1922, al momento dell’istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso il loro numero era ridotto a poco più di 200; ma nel 1928 se ne contavano circa 2000. La Svizzera è riuscita a riambientare tre promettenti colonie di stambecchi nei Graue Horner (S. Gallo) e nei Grigioni; nelle Alpi austriache l’introduzione dello stambecco genera ibridi fecondi, che tuttavia sono poco desiderabili dal punto di vista zoologico, estetico e cinegetico.